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Il formato verticale ci ha resi più soli

  • Immagine del redattore: Marco Zingaretti
    Marco Zingaretti
  • 18 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

Ho smesso di considerare il formato verticale un problema tecnico e ho cominciato a vederlo come un problema antropologico.


Il formato verticale è stato progettato per una persona sola davanti a uno specchio. Il selfie è il suo atto fondativo, e il selfie è per definizione un atto solitario: un volto, un rettangolo, nessuno accanto. Quando le piattaforme hanno esteso questo formato alla narrazione hanno trasportato dentro la storia quella solitudine strutturale.


Nell'inquadratura verticale entra un soggetto isolato al centro, con lo sfondo sfocato a eliminare il contesto, l'ambiente, il mondo circostante. Per far entrare due persone bisogna schiacciarle, accostarle fino alla prossimità fisica, oppure metterle una di fronte all'altra. La prima produce intimità forzata. La seconda produce conflitto.

Affiancati, nella stessa direzione, verso qualcosa di comune: questa posizione nel verticale semplicemente non esiste. Eppure è la posizione fondamentale della narrazione. Due personaggi che camminano insieme, che guardano lo stesso orizzonte, che condividono un punto di vista sul mondo: questa è la struttura di ogni alleanza drammatica, di ogni amicizia cinematografica, di ogni sodalizio che la storia del racconto visivo abbia mai prodotto. Il formato orizzontale la contiene naturalmente perché il mondo, quando si guarda davvero, si estende in larghezza. Le persone camminano affiancate. I paesaggi si aprono ai lati. Le storie accadono nello spazio tra le cose, non al centro di un rettangolo stretto.


La coincidenza con quello che sta succedendo culturalmente è difficile ignorare. Le piattaforme che hanno imposto il verticale come standard dominante sono le stesse che hanno costruito la propria economia sull'isolamento connesso: milioni di persone sole davanti a uno schermo, ciascuna dentro la propria bolla algoritmica, ciascuna convinta di partecipare a una conversazione collettiva mentre consuma contenuti confezionati per una singola attenzione individuale. Il verticale descrive quella condizione con una precisione che nessun saggio sociologico avrebbe saputo sintetizzare: una persona, un rettangolo, e quando arriva l'altro ci si fronteggia.


La polarizzazione che attraversa il discorso pubblico ha molte cause, alcune profonde e strutturali. Ma il formato in cui consumiamo storie e informazioni da un decennio a questa parte ha contribuito a normalizzare una postura: quella di chi guarda qualcosa o qualcuno dall'alto in basso, centrato nell'inquadratura, senza nessuno accanto con cui confrontarsi. Il dibattito pubblico sui social assomiglia sempre di più a una sequenza di monologhi verticali. Ciascuno al centro del proprio rettangolo, ciascuno rivolto verso uno schermo che rimanda la propria immagine amplificata.


Detto questo, probabilmente farò contenuti verticali.


Lo scrivo con la stessa lucidità con cui ho scritto il resto, perché sarebbe disonesto non farlo. Uno storyteller senza pubblico è uno storyteller che parla al muro, e il pubblico oggi abita le piattaforme verticali. Ignorarle in nome della purezza formale è un lusso che produce invisibilità, e l'invisibilità non serve né al mestiere né alle storie che voglio raccontare. La tensione tra sapere che un formato impoverisce il linguaggio e usarlo comunque per restare visibile è una tensione reale, e preferisco ammetterla piuttosto che risolverla con un principio astratto. Quello che posso fare è portare dentro il verticale una consapevolezza che il formato tende a scoraggiare: che le storie migliori accadono nello spazio tra le persone, non dentro il perimetro di una sola.



E continuare a girare in orizzontale quando la storia lo richiede, che è quasi sempre.

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