L'Odissea e la misura dello sguardo
- Marco Zingaretti
- 7 giorni fa
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Christopher Nolan ha girato il suo Odissea interamente con le camere IMAX, primo lungometraggio a scommettere su un formato che fino a oggi era stato riservato a sequenze isolate dentro film girati altrimenti. Il poema di Omero arriva così per la prima volta sugli schermi IMAX in pellicola, e nelle settimane di uscita c'è chi ha guidato ore per raggiungere una delle poche sale attrezzate per il 70mm. Ho letto la notizia e mi sono fermato più del previsto, non per il gossip cinematografico ma per la domanda che porta con sé: quanto deve essere grande lo schermo perché una storia stia in piedi.
Non è una domanda tecnica, o meglio, lo è solo in superficie. Il formato non descrive una qualità dell'immagine, descrive un rapporto tra chi racconta e la scala di ciò che sta raccontando. Un'odissea che dura vent'anni, attraversa mari, isole, regni e l'ostilità di divinità intere, chiede un'inquadratura che possa contenere quella distanza senza tradirla. Girarla in un formato pensato per l'intimità del primo piano avrebbe prodotto un'incongruenza percepibile anche da chi non sa nulla di lenti o di sensori. Kracauer parlava della macchina da presa come strumento capace di rivelare ciò che l'occhio nudo lascia sfuggire, e qui il punto è simmetrico: certe storie rivelano quale macchina da presa le rispetta.
Mi occupo di questo mestiere da quindici anni e la domanda sul formato mi si presenta ogni volta con proporzioni diverse, quasi mai con un budget da duecentocinquanta milioni di dollari a disposizione. Eppure il principio resta identico anche quando gli zeri si riducono drasticamente. Ho girato interviste in campo medio perché la storia chiedeva la distanza di un testimone, e ho girato altre sequenze strette sul volto perché nessuna distanza avrebbe retto la tensione di quel momento. La scelta non nasce mai da un capriccio estetico. Nasce da un ascolto preciso di cosa la storia sta chiedendo, e da un rifiuto altrettanto preciso di piegarla a un formato che la renderebbe più comoda da produrre ma meno vera da guardare.
C'è qualcosa di quasi imbarazzante nel vedere un regista con risorse illimitate riscoprire una regola che vale identica per chi lavora con un decimo della troupe. Rabiger lo scriveva parlando di scelte molto più modeste di quelle di Nolan, ma il principio non cambia scala: la forma non è un contenitore neutro, è la prima interpretazione che il regista offre del materiale. Chi sceglie il formato sbagliato per pigrizia o per abitudine non sta risparmiando, sta semplicemente decidendo di raccontare una storia diversa da quella che aveva davanti.



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